Editoriale: quando uccisero Vittorio Bachelet

bachelet 17 dicembre 2009 – Quando uccisero Vittorio Bachelet io me lo ricordo ancora…. ricordo ancora il mio sgomento davanti alle immagini di quel corpo privo di vita…. un professore che all’uscita dall’aula dove aveva tenuto la sua lezione viene freddato da sette colpi di calibro 32…

Ero un’adolescente all’epoca dei fatti, dentro uno dei periodi piu’ scuri che questa Nazione abbia mai attraversato….

Guardavo le immagini di quella morte, così brutalmente assurda e priva di ogni umana logica: assassinare, colpire, uccidere, freddare un nemico che tale era solo dentro la visione distorta di una ideologia che pone la morte come merce di scambio politico….

Quel giorno piansi per l’insensatezza e la disumanità di quelle idee che giustificavano l’omicidio nel nome di una giustizia più giusta.

A distanza di tanti anni, l’immagine di Bachelet esanime è tornata alla mia mente, assieme al senso di sconcerto che le giustificazioni di un atto di violenza portano in intrinseche consapevolezze prive di democratico realismo.

Nessuna ideologia che abbia a cuore la tenuta democratica di uno Stato può giustificare un’azione violenta!

E francamente, uno strano senso di angoscia turba il mio animo in questi giorni di gran parlare…

Il malessere di una crisi che io reputo più di valori e di scollamento sociale, non solo economica, sta esasperando gli animi di chi è cieco e sordo, di chi si sente portatore di universale verità…

Questa politica fatta di conflitti e confusioni non sta facendo bene alla società italiana; questo vociare turbolento come su un palcoscenico senza luci non sta facendo bene alla democrazia fatta di diritti e doveri…

Questo trasformare in nemico ciò che non ci assomiglia sta facendo della quotidianità un continuo scontro.

Ma come si fa a fare di uno psicolabile un eroe di parte dentro un fiorire di incitamenti alla violenza, come se fosse giustificabile andare in giro a menar la gente – capi di stato compresi ( anzi soprattutto )….

Una classe politica responsabile di aver trasformato il Parlamento in un ring senza arbitro deve saper riflettere e ponderare: perchè il futuro di questa Nazione ha bisogno di grandi slanci e grandi lealtà, e non certo di quello spiacevole teatrino delle parti dove ciascuno sta a difesa degli scheletri nell’armadio dell’altro…

Una democrazia non conosce censura. Ma, alla stessa stregua, una democrazia non può tollerare l’incitamento alla violenza: esso non fa parte del diritto, nè mai alcuna ideologica matrice potrà convincerci della sua giustificazione. ( cm )

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