Roma: rapporto Legambiente, Italia tutta a rischio

di Antonella Serafini

Giampilieri - dissesto idrogeologico ROMA 23 Febbraio 2010 – “In Italia il territorio è quasi totalmente a rischio idrogeologico: è questa la fotografia di un’Italia da salvare realizzata da Legambiente. Sono 5.581 i comuni sono a potenziale rischio elevato. Il 100% del territorio di Calabria, Umbria e Valle d’Aosta si trova in questa situazione, nelle Marche il 99% e in Toscana il 98%”. E’ il nostro territorio, raccontato nell’indagine di Legambiente. Dall’edilizia incontrollata, ai rifiuti, nuovo business delle mafie; dallo spreco delle risorse idriche all’energia alternativa, per la quale c’è ancora tanto da fare.

Le azioni da fare, secondo Legambiente, in uno dei settori più critici dal punto di vista di sostenibilità, riguardano i problemi legati ai rifiuti. Protagoniste per la gestione dei rifiuti sono le Regioni. A loro spetta la pianificazione e la progettazione del settore puntando -consiglia Legambiente- ad abbandonare il modello”discarica” a favore di quello delle cosiddette “4 R”: riduzione, riuso, riciclo, recupero energetico.

La situazione della raccolta differenziata in Italia è particolarmente eterogenea, con regioni storicamente avanzate (Veneto e Lombardia), regioni avanzate di recente (Provincia Autonoma di Trento, Piemonte, ma anche Sardegna) e regioni storicamente arretrate nel Sud, con qualche eccezione a livello comunale. La sfida è quella di promuovere una filiera virtuosa, attivando politiche di prevenzione e la raccolta differenziata domiciliare in tutti i comuni, aumentando il costo di smaltimento in discarica con l’ecotassa regionale e prevedendo sconti per i comuni più virtuosi, realizzando l’intera filiera di impianti per il recupero e riciclaggio (trattamento della frazione organica, raccolta di rifiuti elettrici ed elettronici, ecc).

Un’altra sfida da affrontare, dice l’associazione, riguarda le cave: nella maggior parte delle Regioni mancano piani delle attività estrattive, con sommo gaudio di organizzazioni criminali dedite all’ecomafia.

In Italia ci sono circa 6mila cave attive e oltre 10mila abbandonate. Sono pari a circa 142milioni di metri cubi i materiali estratti ogni anno tra inerti, sabbia, ghiaia. Puglia, Lombardia e Lazio da sole raggiungono il 50% del totale. La normativa nazionale al riguardo risale al 1927, e in larga parte delle Regioni la situazione è del tutto inadeguata per un attività che ha un fortissimo impatto sull’ambiente e il paesaggio. Pochissime regioni escludono le aree ambientalmente sensibili dall’attività e in metà addirittura mancano (Friuli Venezia Giulia, Lazio, Molise, Abruzzo, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna).

A fronte degli esorbitanti guadagni realizzati da chi cava, i canoni di concessione sono drammaticamente irrisori. Il totale nazionale per regioni non arriva nemmeno a 53 milioni di euro rispetto al miliardo e 735 milioni di euro l’anno ricavato dai cavatori.

L’obiettivo, secondo Legambiente, consiste nel completare il quadro delle regole e aumentare il controllo, adeguando i canoni di concessione ai modelli europei: con canoni di concessione pari a quelli inglesi (20% del prezzo di vendita), per esempio, si avrebbero nuove entrate per 570milioni di euro ogni anno. E puntare al recupero degli inerti attraverso la creazione di filiere virtuose gestite dalla stesse imprese edili.

Un altro fattore del degrado del territorio italiano, denuncia Legambiente, viene dalla sempre maggiore urbanizzazione, a scapito di terreni agricoli e boschivi.

Il boom dell’edilizia residenziale dal 1994 ha portato a 11 milioni di nuove stanze e a un paradosso, sottolinea il Rapporto: l’aumentata disponibilità di alloggi, per di più a fronte di una popolazione in esigua crescita, non ha inciso sul disagio abitativo di quanti hanno bisogno di una casa. Nessuno (Ministeri o Regioni) monitora la crescita del consumo di suolo e ha ancora definito una chiara politica in materia.

Il tema dello stop alla crescita del consumo di suolo deve entrare nell’agenda politica delle Regioni perché queste hanno competenza esclusiva in materia urbanistica. Per fermare i processi occorre dare priorità al recupero delle aree già urbanizzate, fissare dei tetti massimi di nuove aree trasformabili, fermare la localizzazione di insediamenti commerciali e residenziali fuori da qualsiasi logica di pianificazione urbanistica e dei trasporti, obbligare la compensazione ecologica degli impatti creando nuovi boschi.

Posted by on 23 febbraio 2010. Filed under Copertina, Magazine. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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