23 maggio 1992 – 23 maggio 2010

di Antonella Serafini

Era maggio. Faceva caldo, i mondiali c’erano stati da due anni e la gente aspettava con calma che arrivassero le ferie. A febbraio era cominciata Tangentopoli. Poi sono arrivate le bombe. Tutti dicono che il mandante delle stragi non sia la mafia. Probabilmente è vero, vi è una ragionevole certezza, ma è bene ricordare che senza la manovalanza di Cosa Nostra, lo Stato si sarebbe limitato a delegittimare il giudice, ma sarebbe ancora vivo. E’ importante. E’ importante non accomunare un giudice che faceva indagini cercando nomi e cognomi di imprenditori e politici collusi con Cosa Nostra a giudici che in quel periodo Falcone lo vedevano come fumo negli occhi. Borsellino diceva sempre che bisognava far pulizia prima nella Procura, poi nella polica, e solo dopo sarebbe stato possibile sconfiggere Cosa Nostra. Non con gli arresti, no. Ma con un cambiamento radicale nella cultura della gente, nel modo di pensare. Ora non servono più le celebrazioni ufficiali, non serve ricordare Falcone come si ricorda Mazzini o Cavour, non serve a niente che i politici vadano a Capaci, non serve più che i ragazzini vengano portati in viaggio a Palermo e poi fatti andar via. La Sicilia è come l’Africa, non serve più la beneficenza dell’antimafia compassionevole, istituzionalmente indignata che vive di convegni, non serve più perché il Paese è cambiato. In Sicilia non serve beneficenza, serve cooperazione. Falcone se lo ricordano tutti. Anche chi non l’ha vissuto. Era una persona che, sorrideva, amava la vita, amava l’Italia, amava la Sicilia. E oggi, nell’anniversario della sua morte, è triste pensare che quelle persone che lo ostacolarono e che lo lasciarono solo, sono ancora tutte lì. Magari qualcuna si vanterà di averlo conosciuto. Nessuno dirà “io l’ho tradito”. Ilda Boccassini, sua amica e collega che con lui aveva lottato in trincea, disse in un’intervista nel 2002: “Né il Paese né la magistratura né il potere, quale ne sia il segno politico, hanno saputo accettare le idee di Falcone, in vita, e più che comprenderle, in morte, se ne appropriano a piene mani, deformandole secondo la convenienza del momento. E’ soltanto il più macroscopico paradosso della vita e della morte di Giovanni Falcone: la sua breve esistenza, come oggi la sua memoria, è stata sempre schiacciata dal paradosso, a ben vedere. Ce ne sono di clamorosi… Non c’è stato uomo in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. E’ stato sempre “trombatissimo”. Bocciato come consigliere istruttore. Bocciato come procuratore di Palermo. Bocciato come candidato al Csm, e sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia, se non fosse stato ucciso… Eppure, nonostante le ripetute “trombature”, ogni anno si celebra l’esistenza di Giovanni come fosse stata premiata da pubblici riconoscimenti o apprezzata nella sua eccellenza. Un altro paradosso. Non c’è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata tradita con più determinazione e malignità. Eppure le cattedrali e i convegni, anno dopo anno, sono sempre affollati di “amici” che magari, con Falcone vivo, sono stati i burattinai o i burattini di qualche indegna campagna di calunnie e insinuazioni che lo ha colpito”.

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