Quando la “Mano Nera” chiedeva il pizzo: presentata al pubblico antica lettera di scrocco

PALERMO 22 Ottobre 2010 – Nell’ultimo libro di Vincenzo Prestigiacomo, “Vita mondana e Mano Nera nella Palermo della Belle Epoque” (Nuova Ipsa editore), lo storico pubblica le più antiche lettere estorsive mai ritrovate finora, datate 1897 e inviate dalla “Mano Nera” al barone Salvatore D’Onufrio d’Artesina. La prima è una classica “lettera di scrocco”, spedita con tanto d’affrancatura, scritta in dialetto sgrammaticato e firmata “ecco la morte di sicari”. Si legge nella missiva: “Se sabbato non mandati 20000 vi tagliamu appezzi a voi e tutta la vuostra famiglia”.
La seconda, di una settimana successiva, contiene le “scuse” al barone, segno che il nobile si rivolse a qualche amico per “aggiustare le cose”.
Il volume raccoglie anche le tracce di un primordiale “libro mastro”, avendo Prestigiacomo trovato nelle contabilità di varie famiglie dell’epoca voci quali “30 mila lire per lettera di scrocco”, prova dell’avvenuto pagamento al “racket” dell’epoca. Le lettere venivano puntualmente bruciate, per questo ve ne sono rare tracce. Tra le famiglie colpite anche quella dei principi Starrabba di Giardinelli.
Ma già un secolo fa qualcuno si ribellò agli estortori (fu la prima reazione civica al pizzo) e subì attentati. La famiglia di commercianti Martins non pagò e subì l’incendio doloso di una villa; anche la famiglia Giachery non cedette al ricatto e fu colpita col furto di un prezioso dipinto; il palazzo Burgio di Villafiorita fu distrutto da un incendio doloso; e anche i Florio, che all’epoca avevano aperto una “cucina economica” per sfamare 500 poveri al giorno e certamente non potevano accettare l’idea del pizzo, furono puniti con un incendio nella Villa Florio all’Olivuzza.
Nel libro Vincenzo Prestigiacomo coglie l’immagine di una città che vive tra ’800 e ‘900 lo sfarzo dell’eleganza e dei sontuosi ricevimenti nelle dimore settecentesche. La follia dilapidatrice di una “società dell’eccesso”, di una nobiltà che riceve regnanti e magnati dell’alta finanza organizzando feste da ballo che durano fino all’alba, viene turbata dal sequestro dell’undicenne Audry Whitaker e da una pioggia di lettere estorsive, l’odierno “pizzo”, che colpiscono le famiglie più agiate di Palermo. La mafia è espressione violenta del malcontento delle classi umili. Si diffonde in Sicilia subito dopo l’Unità d’Italia con personaggi che prendono il nome di campieri, perché controllano i campi di ricchi feudatari. E nascono le collusioni più evidenti con il corpo dei “militi a cavallo”, una forza di polizia addetta al controllo delle campagne. In mezzo ai mafiosi cicalano diverse donne di età avanzata che frequentano chiese e monasteri; tutte godono di buona reputazione.
Sul finire dell’800, a causa della crisi agricola, un’imponente massa di contadini emigra in America, tra i quali Vito Cascio Ferro. Negli Stati Uniti il mafioso originario di Bisacquino diventa subito un’eminenza grigia della “Mano Nera”. Nel 1903 Cascio Ferro rientra in Sicilia e per rimpinguare le casse della mafia impone il “pizzo” alle famiglie più facoltose. Nel 1909 è sospettato di essere l’autore dell’assassinio del poliziotto Joe Petrosino, venuto in Sicilia per tagliare il cordone ombelicale tra la mafia siciliana e quella americana. Il bisacquinese, però, viene scagionato dal deputato De Michele Ferrantelli, che afferma di avere ospitato il Cascio Ferro proprio la sera dell’omicidio.
Intanto leccornie e rinfreschi dilagano nelle feste della nobiltà. Si va da un ricevimento all’altro. La tavola dei Gattopardi viene apparecchiata con massiccia argenteria con stemmi di famiglia, piatti di porcellana di Parigi e tovagliato finemente ricamato da donne dalle mani d’oro. Vestiti e gioielli si intrecciano in una eleganza mozzafiato. La sfida ad ogni serata è ricorrente. Nella cronaca mondana Donna Franca Florio occupa sempre la copertina, stupisce non soltanto per l’avvenenza, ma anche per lo stile di vita e l’esclusivo abbigliamento all’ultimo grido.
In questa città dalle mille contraddizioni ma affascinante, vivono allegramente politici corrotti appoggiati da una mafia sempre più spietata. Tra i protagonisti del romanzo del genere giornalistico-letterario, un monaco, fin troppo intraprendente, isolato nel monastero ma abile a dialogare con onorevoli, malavitosi e gente del popolo. Il Novecento si apre con alcuni onesti amministratori che sanno spendere il denaro pubblico e vede il diffondersi dell’attività ludica. Nel frattempo altri tre inquietanti omicidi, dopo quello “eccellente” del direttore generale del Banco di Sicilia Emanuele Notarbartolo, vengono a sconvolgere la vita quotidiana di Palermo, non più “felicissima”: padre Benedetto, Joe Petrosino e l’on. Pietro La Vegna.

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