Walking Africa: un Nobel per la Pace 2011 alle Donne Africane

di Antonella Serafini


ROMA 27 Maggio 2011 – Si è svolta nella mattinata di giovedì 25 maggio, presso la sede della Farnesina, la campagna Noppaw. E’ una campagna che propone di destinare il Nobel per la Pace 2011 cumulativo a tutte le donne africane che si sono rivelate il vero motore del continente. Guido Barbera (presidente del CIPSI) ha aperto i lavori del  convegno rimarcando il fatto che la cosa che più interessa a tutti noi, è costruire, aprirci a nuove collaborazioni, creare una rete con le donne africane, non tanto l’ottenere il Nobel per la Pace. Gli esempi da prendere dalle donne africane sono molti, soprattutto riguardo la cooperazione. “Le donne in Africa infatti camminano sempre insieme, perchè la collettività è uno strumento per costruire insieme, e la collaborazione è l’unica cosa che può portare a un risultato oggettivo e concreto”. Ci ha sorpreso la presenza della cantante Amii Stewart, che come testimonial della campagna Noppaw ci ha tenuto ad essere presente, risparmiandosi sterili videomessaggi. “Scrivere l’inno di Walking Africa è stata una piccola cosa, ma tante piccole cose fanno una cosa immensa”, ha dichiarato.

walking africaL’iniziativa Walking Africa è nata dall’idea di comuni e anonime persone della società civile, tra cui si è trovata molta disponibolità. Presente Stefania Craxi, ha ribadito che “il fatto di riconoscere meriti delle donne africane, significa anche riconoscere i loro diritti, i loro sacrifici e la lotta che stanno conducendo contro l’orribile pratica delle mutilazioni genitali. L’Italia ha fatto grandi passiper i diritti umani. L’Africe deve essere vista dall’Italia come opportunità, perchè le sue donne hanno in mano lo sviluppo del continente”. Il ministro delle pari opportunità Mara Carfagna, impossibilitata a venire per impegni istituzionali, ha mandato un comunicato in cui si leggeva nelle sue parole come l’iniziativa accenda un faro sul cambiamento possibile . “L’Africa cammina sulla forza delle donne, che hanno tanto da insegnare, perchè sono le donne con lo sguardo più fiero, regale e dignitoso”, concludeva il testo del messaggio. Tra le donne africane presenti con la loro testimonianza c’era Hélène Yinda, una delle maggiori teologhe africane che si occupa anche dell’implementazione dei Diritti umani in Africa. Con voce decisa ha ribadito quanto la missione civilizzatrice abbia rovinato l’Africa. Ringraziando l’Italia per il sostegno alla campagna Noppaw, ha ribadito che sono le donne le vere creatrici di pace e solidarietà. “Nel mondo intero le donne africane hanno dimostrato l’impegno, non mancando mai quello strato di caparbietà forza e competenza nell’economia del loro paese” ha dichiarato la teologa. “Le nostre testimonianze non vogliono essere rammarichi, noi vogliamo mostrare la nostra volontà a una battaglia spietata alla presa della vita. Siamo testimonial di una resistenza vera e propria, perchè dalla sofferenza nasce la nostra forza. Siamo combattenti per la vita, e tante donne sono diventate così forti anche grazie a uomini di buona volontà”. Il Nobel simbolico, secondo la Yinda, l’hanno già vinto, l’unica cosa che rimane ora è uno sviluppo orientato alla solidarietà, alla cooperazione e allo sviluppo umano. “Le nostre azioni sono gocce l’acqua, concime del suolo africano che fanno nascere le piante della speranza per una nuova società umana” sono le ultime parole del suo discorso, parole quasi poetiche che però lasciano ben sperare. Quando la parola passa a Amany Asfour, ormai il clima è già caldo e i presenti dimostrano tutti una chiara partecipazione. Amany è la presidente dell’Associazione delle Donne d’Affari egiziana e Segretario Generale della Società africana per la ricerca e la tecnologia, membro del Consiglio per la Cultura, economia e politiche sociali dell’Unione Africana. Rimarca più o meno i concetti espressi dalle sue compagne, aggiungendo che la sua priorità è “ricordare e rimarcare le lotte per la giustizia sociale come l’unico modo  per raggiungere la pace in tutti i paesi del mediterraneo, garantendo al contempo la sostenibilità ambientale”. Per lei è anche importante sviluppare un partenariato globale sullo sviluppo, basato sulle risorse. Il suo pensiero è che la Pace e la Sicurezza non sono possibili senza una forte sicurezza economica. E’ un problema che sente molto forte, a causa del dilagante fenomeno dell’economia sommersa. “Bisogna investire, bisogna lavorare sulla cooperazione e non sullo sfruttamento”, sono le sue parole. E’ importante, secondo la Asfour, che alle donna vada anche una sorta di potere decisionale con accesso a risorse finanziarie strategiche, e che si trovi il modo di aggiungere valore ai prodotti africani, aprendo i mercati agli altri Paesi. Governi, società civile e imprenditoria privata possono fare molto per lo sviluppo del business africano, avviando le aziende e dando in mano alle donne molte imprese. E’ il turno di Jacqueline Sylvie Ndongmo, insegnante camerunense, strenua combattente per i diritti umani, che racconta come “nonostante lo scenario cupo le donne africane producono  il 60% del materiale consumato nel continente. Sono eroine nell’ombra, e l’attribuzione del Nobel è solo una giustizia divina, come simbolo del riconoscimento del loro rispettto del diritto di esseri umani”. Il vero simbolo della pace è però Bernadette Muongo, una donna che sposò un capo di una tribù diversa dalla sua, cosa vietata all’epoca ma sfidò le tradizioni e mediò il conflitto tra le due etnie fino alla risoluzione. “Abbiamo accolto flussi migratori di popoli del Rwanda. Abbiamo organizzato milizie per la difesa della popolazione. Quando sono stati avviati i negoziati abbiamo avviato trattative al fine del raggiungimento dello status quo di Pace”, ha dichiarato. Riuscendo nell’intento. Una contro tutti, ha chiesto e ottenuto una commissione di pacificazione e chiesto al Presidente una fase di transizione reale con proprio governo incontrando capi di Stato tentando di raggiungere un accordo di pace tra diverse etnie contrastanti. La prova che la caparbietà umana può arrivare ovunque, ma quella delle donne arriva dove l’uomo di solito fallisce: la conquista della pace. Fatoumata Kane, presente nonostante un grave lutto familiare, ha tenuto a precisare come la campagna Noppaw è una sfida, perchè la cultura della pace è cultura della vita. Per Fatima Mohamed Lmeldeen invece l’obiettivo è unificare i gruppi di donne del Darfur nei processi di pace, sviluppare competenze, facilitare la partecipazione delle donne sudanesi nei negoziati di pace tramite attività di sostegno. “Abbiamo un centro per l’alfabetizzazione delle donne, bisogna dare più importanza dell’istruzione”, ha concluso. Il Nobel collettivo vuole essere una provocazione.Ma il nobel se ci sarà non sarà sulle buone intenzioni future, ma per il lavoro che ora le donne africane svolgono. L’Africa in fondo non vuole essere dipendente dall’occidente, le risorse nel loro paese sono tante, basta sfruttarle. Ha concluso l’incontro l’attrice e giornalista americana Clarissa Burt sottolineando un concetto forte ma vero: “Quando una donna ha bisogno di qualcosa o qualcuno, c’è sempre una mano tesa da parte di un’altra donna”. Un concetto forse femminista, ma spesso corrisponde a verità. Nella gambe delle donne africane c’è il futuro dell’Africa che avanza.

 

Posted by on 27 maggio 2011. Filed under Copertina, Magazine. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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