Omelia

OMELIA FUNERALI 6 PARA’ CADUTI A KABUL

Roma 21 Settembre 2009, Basilica San Paolo fuori le mura.

« Come al tempo di Gesù la chiamata dell’evangelista Matteo divenne un germe di speranza per una umanità nuova, così nel nostro tempo, pur carico di non poche contraddizioni, Dio suscita innumerevoli ed eroici uomini che, condividendo la sorte dei più deboli, dei poveri e degli ultimi, dispensano il pane della carità che sana i cuori, apre le menti alla verità, restituisce fiducia e slancio a vite spezzate dalla violenza, dall’ingiustizia, dal peccato.

Non viviamo gli uni accanto agli altri per caso; stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini. Ci apparteniamo tutti e ci siamo necessari: questa verità sviluppa la comune coscienza di essere, per così dire, una “famiglia di nazioni”. La pace, la democrazia e l’amicizia dei popoli sono valori fondamentali per la nostra comune umanità e per la cultura del popolo italiano: una convinzione questa che qualifica e fa condividere largamente nell’opinione pubblica le missioni di pace in vista di una cooperazione serena fra tutte le componenti della famiglia umana.

Le missioni di pace ci stanno aiutando a valutare da protagonisti il fenomeno della globalizzazione, da non intendere solo come processo socio-economico, ma criterio etico di relazionalità, comunione e condivisione tra popoli e persone ( cf. Benedetto XVI, Caritas in veritate, 42 ). Procedendo con ragionevolezza e guidati dalla carità e dalla verità, il mondo militare contribuisce a edificare una cultura di solidarietà e di responsabilità globale, che ha la radice nella legge naturale e trova il suo ultimo fondamento nell’unità del genere umano.

Di qui l’esigenza di una concreta e rinnovata attenzione a quella “responsabilità di proteggere”, un principio divenuto ragione delle missioni di pace. Se uno Stato non è in grado di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie, provocate sia dalla natura che dall’uomo, la comunità internazionale è chiamata ad intervenire, esplorando ogni possibile via diplomatica e prestando attenzione ed incoraggiamento anche ai più flebili segni di democrazia o di desiderio di riconciliazione.

Care famiglie, grazie. Avete insegnato ad Antonio, Davide, Giandomenico, Massimiliano, Matteo, Roberto, il lessico della pace, fino all’eroismo della carità, del dono della vita per il bene di altre famiglie. Assieme desideriamo portare il dolore per l’incolmabile assenza dei nostri giovani militari, con una presenza più assidua, fraterna e amichevole presso le vostre famiglie, diventate ancor più le nostre famiglie, nella grande famiglia dei figli di Dio. Nessun militare caduto per il proprio dovere è eroe da solo: lo è inscindibilmente con la sua famiglia e la sua Patria.
Ora rivolgiamo lo sguardo alla bandiera che avvolge i corpi di questi nostri fratelli in un abbraccio colmo di affetto e riconoscenza; essa protegge e custodisce un tesoro, una perla preziosa, il cui valore soprannaturale ed inestimabile Gesù rivela solo a chi ascolta – come l’evangelista Matteo – con cuore mite la parola del Maestro divino: Seguimi.

Accogli, Vergine Santa, il nostro dolore,
infondi nei cuori la tua compassione e il tuo conforto,
aumenta in noi la fede, dona a tutti la forza del perdono,
ai popoli della terra, particolarmente a quello afgano, la tua pace. Amen
»

+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo Ordinario militare per l’Italia