Intervista Tenente

INTERVISTA AL TENENTE PILOTA FRANCESCO DE SIMONE (14^ Stormo – 71^ Gruppo)

Alla manifestazione dell’Open Day 2008, la gestione della mostra statica è stata realizzata dal 14° stormo dell’Aeronautica Militare.
I piloti del 14° stormo, insieme ad altri due stormi, di Ciampino( 31^Stormo) e di Pisa (46-esima brigata aerea) si occupa di trasporti tattici, trasporto di VIP (per esempio il Papa, rappresentanti dello Stato, etc. ), trasporto di organi, supporto operativo, rifornimento in volo.
Il Tenente Francesco de Simone, rispondendo ad alcune domande, ha raccontato il suo percorso formativo ed alcune esperienze in volo.

TEN DE SIMONE D: Mi racconti come sei diventato pilota?
R: Ho iniziato la mia formazione frequentando l’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, la cui durata è stata di circa quattro anni.

D: E’ difficile entrare in Accademia?
R: L’ammissione al corso è stata difficile, non ci sono riuscito la prima volta che ho concorso …
Una volta entrato, ho preso la prima laurea in Scienze Aeronautiche della Difesa e poi in Relazioni Internazionali. Quindi sono stato negli Stati Uniti per il corso da pilota militare.

D: E’ lì quindi che ti sei specializzato come pilota militare?
R: Sostanzialmente si. In Italia ho concluso l’addestramento iniziale sul velivolo SF 260 e su un aliante, mentre negli Stati Uniti ho volato su un jet bimotore subsonico (T37) e su un jet bimotore supersonico (T38/C). Tornato in Italia ho proseguito il mio addestramento sull’ MB 339 CD (lo stesso delle frecce tricolori), poi sul P166-Dl3 utilizzato per missioni di aerofotogrammetria e per scopi tattici, quindi sul P 180, che è un velivolo usato per il trasporto di personale militare e non. In totale sette passaggi macchina.
Ho anche conseguito un master che mi ha qualificato “Consigliere giuridico” delle forze armate. In questo ambito svolgo anche attività di docenza per l’aeronautica che fa parte dell’addestramento del personale impiegato fuori area. Attualmente sto frequentando un master di secondo livello in peacekeeping.

D: Ricordi particolari della tua esperienza di volo?
R: Ricordo un situazione di emergenza mentre ero da solo sul T38 Charlie, negli Stati Uniti, quando uno dei due motori è andato in avaria. Quindi ho effettuato un atterraggio “single engine, no flaps”, senza poter poi utilizzare i freni e la sterzata, ho dovuto portare l’aereo sulla pista senza liberarla, spegnere l’altro motore e uscire in emergenza. Un uccello era entrato nella presa d’aria rompendo il compressore e il motore si era spento.
In un’altra occasione, in virata base, mentre mi preparavo all’atterraggio c’è stato un windshear, che ha provocato un’improvvisa mancanza di portanza. Ho dovuto effettuare uno stallo a bassa quota in emergenza, non mi sono schiantato per cinque o sei metri. Ho inserito il postbruciatore con l’aeroplano ribaltato di 270 gradi, l’ho rimesso in posizione livellata e sono riuscito a riprendere il controllo. Sono stato fortunato!

D: C’è tempo di avere avere paura in quei momenti?
R: Non credo, l’addestramento a cui siamo sottoposti ci mette in condizioni di poter risolvere qualunque cosa in tempistiche di tutta sicurezza. Durante la fase addestrativa, ogni possibile emergenza che si possa verificare viene provata in volo ad alta quota, così se qualcosa capita durante la fase operativa sappiamo uscirne fuori in maniera istintiva. Questo è quello che mi ha salvato entrambe le volte: l’istinto. Sai dove mettere le mani, e quando.

D: Tu hai operato anche in scenari di guerra, nei Balcani. Cosa pensi di queste missioni di peacekeeping?
R: Senza entrare troppo nei dettagli, noi veniamo selezionati per tali missioni perchè qualcuno l’ha previsto, ha previsto un assetto, determinati velivoli e determinate persone. Le missioni vengono definite di peacekeeping perchè, non essendoci più lo scambio delle ratifiche di guerra non esiste più un conflitto armato, ma esiste piuttosto una condizione di guerra intestina in uno Stato in cui noi siamo chiamati a risollevarne le sorti. Non dichiariamo guerra alle altre nazioni, siamo chiamati in un pacchetto NATO, o ONU, per intervenire in determinate situazioni. Un esempio è l’Afghanistan, noi siamo lì perchè l’Afghanistan ha chiesto l’aiuto dell’ISAF, che è una missione internazionale di sicurezza alla quale prende parte anche l’Italia. Il peacekeeping prevede anche degli assetti di guerra. Tradizionalmente guerra vuol dire attaccare fino alla distruzione del nemico: oggi invece succede che si interviene in uno Stato che deve fronteggiare problematiche di tipo terroristico. Per gestire queste minacce bisogna essere armati, soprattutto per difendersi. Secondo la corrente statunitense, oggi bisogna puntare sulla difesa di tipo preventivo, che consiste nel non aspettare che un missile raggiunga il mio carro armato ma nel distruggere la minaccia prima essa che possa causare danni.
Oggi non abbiamo più un nemico da affrontare, in questo senso il terrorismo rappresenta una minaccia “asimmetrica”, cioè non sappiamo da dove può arrivare: un borghese potrebbe essere armato di dinamite e farti saltare in aria.

D: Le cose sono cambiate molto a partire dal 2001, quindi.
R: Credo che le cose siano cambiate visibilmente dal 2001. Dei cambiamenti erano già evidenti dalla guerra del Golfo del 1991: scenari terroristici come questi sono comunque difficili da prevedere.
Le cellule terroristiche agiscono in modo isolato, non si ha la possibilità di intercettarle tutte perchè sono indipendenti le une dalle altre. Si muovono non secondo regole ben precise. Se una è intercettata viene automaticamente isolata dalle altre. Se intercetti un elemento di una cellula gli altri elementi si suicidano o scompaiono per sempre.

D: Quali altre misure sono state prese contro la minaccie del terrorismo?
R: Il terrorismo viene associato ad una matrice religiosa, ma ha anche una matrice politica. Chi si prodiga in atti terroristici lo fa per destabilizzare uno stato.
Non è facile destabilizzare invece gli Stati Uniti col semplice crollo di due torri, ci vorrebbe ben altro. Comunque ci hanno provato a far cadere Bush, senza riuscirci.

D: Però hannno creato terrore nella gente.
R :Certo, è evidente anche in Italia. Lo vediamo ogni giorno con l’incremento delle misure di sicurezza negli stadi, per strada c’è più polizia. Negli aeroporti c’è un controllo forse eccessivo. Dal 2001 in poi abbiamo capito, dal punto di vista aeronautico, che la minaccia non viene più da un jet armato di un’altra nazione, ma per esempio da un aeroplano civile di piccole dimensioni carico di esplosivo che potrebbe schiantarsi sul Vaticano.

HH3F D: Come si prevengono queste eventualità?
R: L’Aeronautica Militare ha dato vita ad un progetto chiamato “Slow Movers Interceptor” che si avvale di elicotteri armati HH3F e MB 339 CD che sono facilmente impiegabili in questo tipo di azioni. Nelle varie operazioni a difesa di eventi come l’atterraggio di Bush o del Papa, a Pratica di Mare è stato utilizzato proprio questo assetto.

Un aspetto poco noto del lavoro di questi piloti riguarda le emergenze, per le quali devono essere sempre disponibili, come la richiesta di trasportare organi destinati ai trapianti da un punto all’altro del mondo, trarre in salvo persone in difficoltà, prestare soccorso a persone ferite, trasportare persone. Insomma tante attività che richiedono grande preparazione e soprattutto grande disponibilità.

E’ bello poter raccontare di giovani dal viso pulito che sono impegnati quotidianamente ad aiutare il prossimo pur rimanendo nell’ombra, mentre la ribalta viene purtroppo occupata da ragazzi balzati agli “onori della cronaca “ per atti di bullismo o di vandalismo o, peggio ancora, per efferati delitti.

( di R. S. )