Marcia Silenziosa

Una marcia per ricordare

di Rossella Smiraglia

Marcia Silenziosa Senza memoria non c’è futuro! E’ lo slogan della marcia silenziosa svoltasi a Roma il 12 ottobre per ricordare il 16 ottobre del 1943, giorno dalla deportazione degli ebrei ai campi di sterminio.
La marcia nasce dalla iniziativa della Comunità di Sant’Egidio nel 1994 che propose alla Comunità Ebraica di Roma di camminare insieme, facendo il percorso inverso a quello fatto dai deportati nel 1943. Inizialmente furono in pochi ad aderire per il dolore di quelle ferite ancora vivo.
« Oggi è un giorno in cui Roma si ripensa al plurale in cui tutti possono vivere in sicurezza, a tutela di tutte le minoranze, è una proposta umana e culturale per sciogliere le radici del razzismo – spiega Marazzita della comunità di Sant’Egidio. Ricordare è rivivere. Rivivere il dolore di quel giorno, lo sgomento, l’angoscia, gli interrogativi di tutta la vita di quelle persone condotte come agnelli al macello; diventare oggetto, corpi cui non si riconoscono sentimenti ed anima, persone rese numero, private del nome e della dignità».
Spiega Don Matteo Zuppi, parroco di S.Maria in Tastevere, nel discorso di apertura. «…vogliamo rivivere per capire, perché non avvenga più lo stesso per nessuno. Andremo al contrario di quei camion inzeppati di povere persone, come per farle rivivere.. al contrario di quella mentalità di pregiudizio, di ignoranza, di assassini e vittime, di morte. Bisogna andare contro corrente. Uscire per strada, uscire dai salotti pieni di discussioni ma poveri di vita…».

La manifestazione partita dalla piazza di Santa Maria in Trastevere, ha attraversato via della Lungara passando dall’isola Tiberina fino a giungere in Largo 16 ottobre, davanti al portico D’Ottavia, facendo il percorso inverso a quello dei camion che strapparono mille ebrei alle loro case.
Marcia Silenziosa Al corteo hanno camminato insieme cittadini romani di varie provenienze: ebrei, cattolici, mussulmani, rom, a testimonianza di come Roma è una città in cui si vuole vivere insieme pacificamente nel rispetto, nell’accoglienza.
In un momento come quello attuale in cui negli stadi si vedono giovani inneggiare a ideologie naziste ha una valenza particolare la presenza di esponenti politici accanto ad autorità religiose. Non è soltanto partecipazione commossa, ma necessaria sinergia per combattere la nuova ondata di intolleranza e di razzismo che sembra persistere ai tanti sforzi messi in campo.
Dal palco allestito davanti all’antico Tempio ha preso la parola il Sindaco Alemanno che nel suo discorso ha definito il razzismo come “una vera e propria malattia di tutta Europa, in cui non si riusciva più a vivere insieme fra genti diverse… è necessario ricordare tutto ciò perché ogni forma di razzismo deve essere combattuta, perché nasce dall’odio e dall’ignoranza e mira alla distruzione dell’altro minando la convivenza civile… a Roma non c’è spazio per nessuna forma di razzismo e di violenza di qualsiasi colore e di qualsiasi origine».
Il Sindaco ha preso un impegno concreto, che porta avanti da Novembre, riproponendo i viaggi della memoria organizzati dalla comunità ebraica e dal comune, e poi lavorando con le scuole per far sì che ci sia una crescita culturale e una maggiore consapevolezza.
Sarà inoltre costituita la Consulta delle comunità immigrate per dare a tutti la possibilità di vivere pacificamente e con dignità in questa città. « Anche per la comunità dei Rom, di cui è da poco tempo terminato il censimento e stiamo ultimando un progetto che ci permetta di portare tutti i rom in campi autorizzati, in ci siano giustamente presenti sia la legalità, sia l’integrazione».
Marcia Silenziosa Anche il presidente della regione Lazio, Piero Marrazzo, nel definire le leggi razziali “ignomignose“ ha gridato il suo sconcerto davanti a cori da stadio inneggianti a quelle ideologie. «Il nemico oggi non è il diverso, sulle spalle del quale si potrebbe scaricare la paura della crisi economica, ma il razzista, l’antisemita, l’antisionista».
Nel suo intervento il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di segni, ha ricordato che la razzia degli ebrei del 16 ottobre avvenne durante le celebrazioni della festa della capanne che simbolicamente rappresenta la debolezza e la grandezza umana: «La nostra esistenza – ha spiegato – è del tutto transitoria, i nostri riferimenti non sono quelli dell’uomo. In quei giorni bui ci sono state tutte le manifestazioni dell’uomo da quelle migliori a quelle peggiori: dalla caccia spietata, all’opportunismo, all’indifferenza, alla vigliaccheria al calcolo, mentre al lato opposto c’è stata la resistenza passiva, la resistenza attiva, il coraggio. I nostri maestri insegnano che, per conquistarsi un posto nel regno futuro bisogna lavorare tutta la vita, ma c’è anche chi riesce a guadagnare quel posto con una sola ora di corretto comportamento e davanti a tante sollecitazioni quella persona riesce a dimostrare tutta la sua grandezza. L’insegnamento che ci deriva da quei giorni e che dobbiamo riportare nella realtà di oggi: questa manifestazione è una grande manifestazione di memoria, ma che non avrebbe senso se non fosse anche una forma di educazione e di vigilanza continua per prepararci a qualsiasi evenienza. Dobbiamo guadagnarci il mondo futuro comportandoci con piena dignità umana, dovendo resistere ad ogni situazione strisciante o accattivante che ci possa portare a calpestare la dignità e i diritti dell’altro».
Particolarmente commosso e toccante è stato il discorso di Riccardo Pacifici, presidente della Comunità Ebraica di Roma, nel ricordare i pochi sopravvissuti che sono tornati dai campi di sterminio.
«La cosa straordinaria di questo evento è non solo vedere portare le fiaccole insieme agli ebrei, i cattolici ma la presenza di tanti stranieri che non devono chiedere scusa di nulla, che non erano presenti in quei terribili giorni, che sono venuti qui a condividere con noi una memoria a loro volevo dire grazie!… Siamo qui non per dire che gli ebrei hanno paura, ma siamo qui per portare i nostri valori e la nostra etica al servizio del nostro paese e della nostra città per portare avanti i valori dell’accoglienza».
A chiusura della manifestazione è intervenuto Andrea Riccardi, presidente della comunità di Sant’Egidio. Ha ricordato i pochi sopravvissuti alla razzia del 1943 che si sono chiesti cosa sarebbe accaduto quando non ci sarebbero più stati per ricordare e testimoniare l’orrore vissuto.
«La risposta – dice Riccardi – è nella crescente partecipazione a questa manifestazione, di gente laica, di ebrei, di cattolici, di mussulmani, accomunati da “un dolore antico ma non invecchiato, una ferita inferta alla comunità ebraica e a questa città”. E’ un dolore che vogliamo sentire come nostro dolore… bisogna tenere lontano quegli atteggiamenti che distinguono gli uomini per colore della pelle, per etnia o per il cognome, che nutrono il disprezzo verso l’altro. Questa memoria viva e condivisa mostra che nella nostra città c’è una grande forza morale che impedirà di misurare , di discriminare, di disprezzare chi è diverso da noi… Di fronte al ripresentarsi di atteggiamenti razzisti ci si chiede cosa altro si può fare per contrastare atti di violenza e di soprusi che la cronaca riporta ogni giorno – ha concluso il presidente della Comunità di Sant’Egidio – non serve soltanto organizzare eventi: bisogna cambiare la mentalità della gente, e il segreto del successo di questa manifestazione è che è sentita».

( foto di Ida Corapi )